Veglia pasquale. Omelia

 

Questa notte è come un grembo dal quale sgorga la luce: viene alla luce l’uomo nuovo. Lo attesta con grande chiarezza il testo di Paolo: “consideratevi viventi per Dio, in Cristo Gesù”; “possiamo camminare in una vita nuova”.

 

Dell’uomo nuovo che a Pasqua nasce sono per noi un segno vivo i nostri due bimbi che saranno battezzati, i due giovani che riceveranno la Cresima e i due adulti che, dopo il tempo del catecumenato, riceveranno i tre sacramenti dell’iniziazione cristiana: Battesimo, Cresima, Eucaristia. Essi sono per noi, appunto, un segno e un richiamo: ci ricordano che Pasqua è il sacramento della nostra rinascita. Rinascita che però non è un attimo felice, ma il compimento di un percorso. Il fuoco, la Parola, l’acqua, il pane e il vino: i grandi simboli della vita, che germina in noi nella distensione e nella fatica del tempo. La fatica della luce, come ha scritto qualcuno, la fatica del venire alla luce, come ben sa ogni donna che genera alla vita…

 

Ma questo nostro rinascere è reso possibile, è -per così dire- “appeso” alla Pasqua di Gesù. Siamo felici, questa notte, perché ci è stato dato di ascoltare la parola dell’angelo: “è risorto, non è qui”. Come scrivevo nella lettera pastorale: “il luogo della morte diventa il luogo della resurrezione: è il paradosso cristiano, è l’impossibile bellezza della nostra fede”.

 

Ma la parola dell’angelo ci invita anche ad uscire di qui: “vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto”. La Galilea è per noi il luogo della vita reale, fatta di lavoro, di affetti, d’impegno quotidiano, di gioia e anche di sofferenza: in questo luogo siamo chiamati a incontrare e riconoscere il Risorto, per “camminare in una vita nuova”.