Omelia per la Notte di Natale 2019.

 

Siamo abituati a parlare dell’annuncio dell’angelo a Maria (e ci aiutano i grandi pittori, dal Beato Angelico a Piero della Francesca e a mille altri…) o magari dell’annuncio a Giuseppe (abbiamo ascoltato pochi giorni fa il testo di Matteo…).

Ma in questa Notte santa l’annuncio è rivolto ai pastori: “non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore”.

Colpisce, in questo nostro tempo pieno di risentimento e di violenza, che invece i giorni di Avvento e Natale siano pieni di angeli, messaggeri di buone notizie. E che destinatari di queste notizie buone non siano i grandi della terra, che per Luca sono solo la cornice dell’Evento, ma gente da nulla secondo i criteri del mondo: una ragazzina di Nazaret, il suo sposo, un piccolo gruppo di pastori, disistimati da tutti e in particolare dai custodi dell’ortodossia (non avevano tempo, col lavoro che facevano, per andare al Tempio a pregare…).

Eppure, “la gloria del Signore li avvolse di luce”. Se per Matteo la luce (la stella) è sopra il luogo della nascita, per Luca il presepe è nel buio! La luce è sui pastori, e li avvolge. Nella traduzione italiana, è lo stesso verbo incontrato poco prima: “diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose  in una mangiatoia”. E’ bello allora pensare che le fasce del Bambino sono fasce di luce; come se Luca dicesse: “un Bimbo fasciato di luce”.

Ma poi i pastori si mettono in cammino, ed è questo per noi vivere il Natale: metterci in cammino e andare a Betlemme. Per incontrare il segno: “un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia”. Per Luca, è chiaro che le fasce sono profezia del sudario e la mangiatoia nella quale il Bambino è adagiato è profezia della Croce. Ecco l’atto di fede al quale siamo chiamati: riconoscere nel segno scandaloso di quella nascita e di quella morte la Gloria di Dio.