Nella sinagoga di Nazaret, Gesù trova il passo di Isaia che abbiamo appena ascoltato e che Luca riporta, operando una significativa censura; “il giorno di vendetta del nostro Dio” è significativamente omesso e la narrazione evangelica risulta più scorrevole: “lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore”.

La censura, evidentemente, non è casuale, ma indica un provvidenziale restringimento del ministero del Messia: il giorno della vendetta è definitivamente sostituito dall’anno di grazia! E già questo ci fa capire quanto siano drammaticamente lontani dal vangelo i giorni di guerra che stiamo vivendo…

Ma ancor più decisiva è la lectio divina che Gesù fa del testo di Isaia: “oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”. L’oggi della salvezza, l’oggi della misericordia, per il quale il Messia è consacrato e mandato… E noi come Lui, consacrati e mandati. Noi tutti: non soltanto noi presbiteri, che certo viviamo un giorno di particolare commozione e gratitudine, ma tutta la Chiesa, “comunità sacerdotale” (LG 11), che vive nella pluriformità dei carismi e dei ministeri che configurano la sua identità sinodale.

E mi piace qui riportare un passaggio di un testo prodotto da una Commissione sinodale: “l’annuncio della bella notizia del Vangelo è una responsabilità che accomuna i credenti in Cristo, declinata nei diversi carismi di ciascuno, sempre con lo sguardo della Misericordia. Proprio la pietra scartata (il testo commenta un passo del secondo capitolo della Prima lettera di Pietro) è diventata pietra di fondamento, non più scandalo o sasso d’inciampo di coloro che non credono. Non giudicare, accogliere, avere cura, perdonare, aiutare chi è nella prova, sono tutte voci del verbo servire e ancor più del verbo amare”.

Ma in questa breve meditazione desidero in particolare fermarmi su quell’oggi, tanto caro a Luca, che ritorna anche -mi soffermo solo su questa ricorrenza- nel dialogo tra Gesù e Zaccheo: “oggi devo fermarmi a casa tua” (Lc 19, 5). Proprio quest’oggi così strano (l’oggi della pandemia che forse sta diventando endemica, l’oggi del Sinodo, soprattutto l’oggi della guerra…) è per noi un tempo da amare, perché Gesù sceglie, ancora una volta, di fermarsi. Noi, come Zaccheo, siamo desiderati da un Dio che ha tempo per noi. Un Dio che non va di fretta, che abita il nostro tempo ferito…

Lo confesso con semplicità. Sono contento di abitare questo tempo difficile, perché ci è dato (a me come a voi) di praticare i verbi fondamentali della vita: perdere e ritrovare, morire e nascere, servire e amare…E’ tempo pasquale, questo nostro tempo, benedetto e maledetto. Siamo chiamati ad amare questo tempo, senza nostalgia per una cristianità che non c’è più e senza fuggire in un tempo che non c’è ancora…

Tempo pasquale, vi dicevo, anche se dobbiamo riconoscere che non sempre siamo stati capaci di leggerlo così, nella stagione della pandemia. Lo dico con le parole di un Vescovo sapiente e amico, Mons. Tisi: “Dallo scrigno della parola di Dio, con fatica abbiamo saputo attingere la notizia che in Gesù la morte è vinta, e non siamo più soli nel nostro cammino…Ci siamo scoperti smemorati e increduli anche di fronte alla profezia francescana che chiama la morte “sorella”, evitando di espellerla dall’orizzonte della nostra esistenza”.

E ora in tempo di guerra! Siamo chiamati certo a discernere tra chi è aggredito e chi aggredisce, ma non dobbiamo cadere nella partigianeria, come se fosse un videogioco. Possiamo solo farci intercessori e artigiani di pace, con la preghiera e il digiuno; possiamo solo pregare per le vittime e dire forte, con il Papa, che ripudiamo la guerra e che le armi non sono la via della pace!

E siamo pure chiamati, anche se ci procura dolore, a guardare i volti sfigurati delle vittime, ad ascoltare i racconti dei sopravvissuti. E anche lo sguardo e l’ascolto potranno diventare preghiera, e vicinanza, impotente ma vera. E Bucha, Makariv non saranno solo nomi, ma luoghi dove, misteriosamente, si rinnova la Pasqua di Gesù.

Ma c’è anche altro, in questo nostro oggi. Questo tempo pasquale contiene in sé un kairos unico nella storia della Chiesa. Per questo è bello abitarlo! A noi è chiesto (ed è, lo ripeto, la prima volta in 2000 anni!) di annunciare la bella notizia della prossimità di Dio in una società istituzionalmente non religiosa e culturalmente post-cristiana. Una bella sfida, che tocca proprio a noi!

Come vivere questa sfida? È in fondo la domanda del nostro Sinodo (che si inserisce, peraltro, nel cammino sinodale di tutta la Chiesa, voluto con tenacia da Papa Francesco) e non posso/voglio certo affrontarla qui, da solo. Provo soltanto a dire cosa sento importante per noi ministri ordinati (e sono certo che le sorelle e i fratelli non se l’avranno a male!). Due indicazioni. Innanzitutto diffidare della solitudine e cercare/praticare/amare la comunione. Con tutti, senza clericalismi e rigidità. Discepoli della Parola, prima che maestri. Fratelli, perché discepoli. Ma poi anche, e in modo peculiare, la comunione nel presbiterio. Che non è un contenitore dove vivere individualisticamente il ministero, e tanto meno uno spazio architettonico all’interno della chiesa… È invece il luogo reale dove la singolarità sacra di ciascuno è accolta e riconosciuta, ed è anche chiamata a portare il proprio contributo alla casa comune che è la Chiesa.

“So per esperienza che non è facile. Preferisco anch’io chiudermi nel guscio delle tante cose anche belle e buone che ho da fare, giustificando così il mio individualismo e sottraendomi alla fatica delle relazioni, spesso inevitabilmente conflittuali. Quando vivo così, mi riscopro però più stanco e privo di gioia…E’ stato detto da qualcuno che da soli si va più veloce, ma insieme si va più lontano, e credo sia vero” (omelia della Messa del Crisma, 2017).

E poi, uscire dalle nostre confort zone, condividendo davvero (nella preghiera, ma anche nella vita reale) “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di coloro che soffrono” (GS 1). “La Chiesa (e il prete in essa) non può più parlare come entità separata che fronteggia la società civile e umana come fosse semplicemente il mondo perduto. Essa può parlare soltanto là dove appare simultaneamente e concretamente la condivisione della condizione umana comune: negli aspetti entusiasmanti e promettenti della vita condivisa, come anche nelle contraddizioni e nelle tragedie che manifestano l’incapacità di rendere giustizia alle speranze che si rinnovano all’avvento di ogni nuova generazione” (Sequeri).

In questo cammino non siamo soli. Siamo preceduti dall’amore di Dio e rinvigoriti dall’unzione dello Spirito, ma anche accompagnati dalle sorelle e dai fratelli di fede che hanno intuito in anticipo i tempi nuovi, e hanno scelto di condividere la vita di tutti. Penso a Mons. Romero e a Don Tonino Bello, ma anche a Charles de Foucauld, Madeleine Delbrel, Armida Barelli, Renè Voillaume, Arturo Paoli, Carlo Carretto e tanti altri. Nella grata memoria del loro cammino, possiamo camminare anche noi, confidando.

L’omelia scaricabile
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