Messa del Crisma 2020. “Partecipi della sua consacrazione”

“Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio”. Gesù fa sue le parole di Isaia, ma queste parole sono anche per noi, “partecipi della sua consacrazione”, e risuonano nei nostri cuori, quest’anno, in un modo davvero unico. Mai avremmo pensato di celebrare così la Messa del Crisma, e siamo qui a chiedere le parole giuste, che forse qualche volta abbiamo in questo tempo smarrito, per annunziare davvero “ai poveri un lieto messaggio”. Certe parole, infatti, “non esistono già pronte”, e “magari ci vorrà anche molto silenzio prima di trovarle” (Zanchi).

Siamo chiamati ad essere veri, per trovare queste parole; a ritrovare, nella gratitudine, la gioia della  nostra vocazione e a confidare nel Signore, che non abbandona la sua Chiesa.

Ma le parole vere, oltre che dal silenzio, sgorgano anche dalla fraternità. Lo scorso 8 marzo vi scrivevo, cari Confratelli, il mio desiderio d’incontrarvi a tu per tu. Il virus lo ha impedito, ma ora mi pare che diventi possibile: davvero mi piacerebbe venirvi a trovare e  passare qualche ora con voi in modo semplice e fraterno, magari condividendo anche l’Eucaristia e un buon pranzo. Cercatemi, e ci metteremo d’accordo facilmente.

Siamo chiamati a portare con noi, in questa Eucaristia, tutti coloro che ci sono affidati, e che non possono essere oggi qui. Ad affidare al Signore chi sta vivendo un momento di prova particolare, o rischia di perdere il lavoro. Vi chiedo, per loro e per tutti, un breve momento di preghiera silenziosa.

 

Cerco ora con semplicità e brevemente, di rileggere nella fede questo tempo strano, anche alla luce di quanto  abbiamo condiviso  il 5 maggio, per trarne ispirazione per il cammino che ci attende.

  1. Abbiamo fatto l’esperienza del vuoto. “Ci credevamo forti, noi uomini dell’Occidente moderno e avanzato, e ci siamo riscoperti fragili e vulnerabili. Pensavamo di essere individui liberi e autosufficienti, e ci siamo ritrovati bisognosi di abbracci, e di reinventare equilibri e relazioni…” (dalla Omelia del 18 marzo).

Questo vuoto (con linguaggio più biblico, diremmo: questo deserto) è stato forse come un segnale: “ci dovevamo fermare. Lo sapevamo. Lo sentivamo tutti ch’era troppo furioso il nostro fare…Ci dovevamo fermare e non ci riuscivamo” (Mariangela Gualtieri).

E’ stato il virus a fermarci e a renderci davvero fratelli dello smarrimento, della paura e della solitudine di tanti. Una grazia, anche se non voluta e tanto faticosa!

In questo vuoto, forse, abbiamo anche ritrovato la gioia del pregare i salmi con meno fretta, di rileggere qualche pagina antica che avevamo dimenticato, di prendere qualche appunto o di riscrivere la nostra regola di vita, di telefonare agli amici o a parrocchiani che non sentivamo da tempo…Il deserto, allora, per grazia, ha cominciato  a rifiorire.

Ma non possiamo negarlo: nel deserto, abbiamo anche fatto l’esperienza dell’impotenza e dell’impossibilità, e credo che sia stato davvero un dono grande per noi, che con le nostre parole consacriamo il pane e perdoniamo i peccati, e che qualche volta crediamo che tutto ci sia possibile…

Dovremo riscoprire l’immagine evangelica del lievito, e l’appartenenza all’umano a tutti comune.  Mi piace condividere con voi alcuni righe di L’avventura cristiana, di Mounier, rilette nei giorni della clausura: parlano dei cristiani e, quindi, a maggior ragione di noi: “a forza di appropriarsi di grandezze che in realtà non appartengono a nessuno, il cristiano ha elevato spesso la pretesa insopportabile di essere privilegiato nelle condizioni ordinarie. Il diritto comune gli sembra sempre un po’ troppo comune…Come gli altri, sulla soglia dell’avvenire, il cristiano sarà arruolato oppure scartato sulla base del suo portamento, sulla base di pochi gesti elementari”. Ecco la lezione che non dobbiamo dimenticare: testimoniare la novità cristiana, che è la Resurrezione di Gesù, condividendo la vita  di tutti, nella fatica ma anche nella bellezza del vivere.

  1. Una (sorprendente?) esigenza di spiritualità. Lo abbiamo visto tutti (in noi stessi, innanzi tutto): tantissime persone hanno ritrovato un desiderio di silenzio e di preghiera (anche se in forme molto diverse tra loro, e alcune, magari, anche discutibili) e nel Papa hanno trovato un riferimento saldo. Dovremo raccogliere questo desiderio, accompagnarlo con molto rispetto, nutrirlo senza essere invadenti…La preghiera è il caso serio della fede, e sono davvero convinto che la Chiesa avrà un futuro solo se saprà accompagnare l’esperienza e la ricerca spirituale dell’uomo di oggi, ascoltando anche i suoi dubbi, le sue domande, i suoi smarrimenti.

Molti poi, in questo tempo, hanno riscoperto il loro sacerdozio battesimale, e la loro casa come il luogo di una possibile liturgia domestica, anche nei giorni della Pasqua: è un altro, grande dono di Dio, che non dobbiamo sprecare.

E penso, in particolare, ai genitori, che in questi mesi difficili si sono ritrovati ad essere, volenti o nolenti, educatori dei figli, e forse anche catechisti, certo in forme magari diverse da come avremmo immaginato. Anche questa è una grazia da non lasciar cadere, e sulla quale dovremo lavorare, anche con l’aiuto dell’Ufficio catechistico diocesano.

  1. “Partecipi della sua consacrazione”. E’ la nostra vocazione, che ci chiede, in questo tempo, di coniugare, con freschezza ritrovata, il verbo accompagnare. Perchè di questo, ancora una volta, si tratta: le relazioni vengono prima delle prestazioni, e questo ci chiede di sognare una Chiesa leggera, che non ha bisogno di tante cose e nemmeno di tanti soldi, ma di legami, di fraternità, tra noi e con la gente.

E’ un tempo forse disponibile: “il vuoto di un tempo sospeso…Un vuoto di attesa. un’attesa vergine: che sconfina, quasi, con una promessa…Forse, dovremo dedicare più impegno alla “punteggiatura” quotidiana della piazza, predisponendo “normalmente” momenti di sosta incantata, che creano piccoli punti felici di magnetismo spirituale” (Sequeri). Ancora una volta, si tratta di uscire, e vivere lì dove la gente vive, e lì annunciare Gesù!

Da soli, non ci riusciremo, ma siamo consacrati con olio di letizia, e forse proprio gli oli che sono questa sera al centro della nostra celebrazione ci indicano il cammino:

l’olio dei catecumeni, che ci chiede di accompagnare, come  padri e fratelli, il cammino di sequela di chi comincia a conoscere Gesù, o lo sta ritrovando, dopo un tempo di lontananza;

il crisma, che ci rende, nonostante la nostra miseria, testimoni forti e coraggiosi del Dio della vita e della gioia;

l’olio degli infermi, che ci chiede di curvarci sulle ferite dei nostri fratelli. Questo tempo difficile ci ha consegnato la testimonianza coraggiosa dei cappellani degli ospedali, dei medici e degli infermieri, degli operatori della Caritas. Dobbiamo raccogliere la lezione, e capire che non è tempo perso per noi, ma è grazia!, tenere la mano a un malato o fermarci a parlare con un povero. Non però “mettendoci in salvo”, ma condividendo, e pagando di persona. E’ anche per questo che credo che proprio la Messa del Crisma sia il luogo giusto per condividere un po’ del nostro denaro, e così contribuire al Fondo diocesano di solidarietà, “Insieme per ripartire” col quale vorremmo almeno un po’ farci vicini a chi più sta patendo, in questo tempo di grande crisi.

Chiediamo a Maria che ci dia forza, e accompagni il cammino della nostra Chiesa.