Corpus Domini. Omelia, 23 giugno 2019.

 

“Nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me”. Nelle parole di Gesù riportate da Paolo (la più antica narrazione neotestamentaria dell’Eucaristia) è racchiuso il senso grande ma anche drammatico della festa solenne del Corpus Domini: facciamo questa sera memoria della notte del tradimento, che diventa la notte del dono; del corpo e del sangue di Cristo, dati per amore.

Non mi stanco di ripetere ciò che pure è ovvio: che non si può staccare l’Eucaristia da Cristo. Perchè l’Eucaristia è Pasqua: è questo l’evento che si rende presente ogni volta che, come questa sera in riva al mare, celebriamo la S. Messa. Nella Pasqua/Eucaristia vi è il cuore profondo e insuperabile della fede cristiana: davvero “senza domenica, senza Eucaristia non possiamo vivere” (così i martiri di Abitene, nel II secolo).

Ma i Parroci della città, che ringrazio davvero di cuore, ci hanno poi, lungo il cammino della Processione, aiutato a pregare legando insieme il mistero dell’Eucaristia e la realtà del mare, ciò che vi di più intimo per la nostra fede (i primi cristiani parlavano di “disciplina dell’arcano”) e la realtà pubblica e contraddittoria, rappresentata dal mare. Siamo passati dal Cenacolo al mare di Tiberiade, alcune settimane dopo l’ultima cena, dove Gesù prepara per i discepoli “un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane”; e i discepoli poi aggiungono quanto avevano appena pescato (cfr. Gv 21, 9-10).

Perchè Gesù nella sua Eucaristia vuole abitare i luoghi della vita reale dei discepoli e quindi di noi: la città e il mare. E l’Eucaristia non può essere alienazione, evasione dalla storia: siamo chiamati a celebrarla nel cuore del mondo e della nostra città, dove la presenza di Dio “non deve essere fabbricata, ma scoperta, svelata” (EG n. 71).

E anche il riferimento al mare non può essere per noi, in questo tempo, solo simbolico, ma reale. Perchè nel nostro mare, nel Mediterraneo, si continua a morire, e non c’è possibilità di attracco per chi cerca salvezza. Vorremmo invece che il Mediterraneo diventasse, come sognava La Pira, “una grande tenda di pace”, e quindi, in qualche modo, un luogo eucaristico. Un ponte (come richiamava alcuni giorni fa il Papa in un intervento alla Facoltà teologica dell’Italia meridionale) tra l’Europa, l’Africa e l’Asia, uno spazio “dove passano convivere nel rispetto reciproco i diversi figli del comune padre Abramo”. Anche a questo il mistero del Dio fatto pane ci richiama questa sera. Vogliamo pregare che avvenga e che la nostra vita diventi Eucaristia. Perchè “chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede” (I Gv 4,20):